
Accadde tutto una domenica di fine settembre, quando, approfittando delle ultime giornate estive, con mia moglie Adriana, decidemmo di andare a Camogli per trascorrere una bella giornata al mare. Purtroppo, durante il viaggio, trovammo la strada bloccata a causa di un incidente stradale.
Mentre, indecisi sul da farsi, eravamo fermi in coda, iniziammo a litigare per un futile motivo. Poi cercai di fare pace, ma Adriana testardamente si rifiutò, tanto da mettersi le cuffiette del iPod e ignorandomi per il resto del tempo. Innervosito e visto che la coda non si sbloccava, decisi così di prendere la prima uscita dell’autostrada e di tornare a Milano.
Per tutto il viaggio di ritorno tentai varie volte di riprendere il discorso con Adriana, ma lei non mi degnò nemmeno di una parola. Addirittura, ad un certo punto, si addormentò profondamente. Fu allora, proprio in quell’ora passata in silenzio, che elaborai la mia vendetta.
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Quando la mia bella mogliettina si risvegliò stavo parcheggiando nei sotterranei della Rinascente di Milano.
“ Ma dove siamo? ” mi chiese, Adriana, sollevando lo schienale dell’auto.
“ Siamo nel parcheggio della Rinascente”.
“Ah... e perché?”
“Prima di andare a casa voglio regalarti qualcosa”.
“Un regalo?! E perchè?” chiese sospettosa.
“Ma così... perché sei sempre così carina con me” .
Queste parole, volutamente ironiche, avrebbero dovuto insospettirla, ma lei, per nulla preoccupata, prese la borsetta e scese con me dalla macchina.
Prendemmo l'ascensore che collegava il parcheggio ai vari piani del grande magazzino. Quando arrivammo al secondo piano, quello dell’intimo femminile, Adriana fece per scendere, ma io la trattenni: “No, non è qui che voglio prenderti il regalo”.
“Credevo volessi regalarmi qualcosa di sexy da mettermi questa sera” disse lei, memore dei numerosi regali che le avevo fatto in passato, per le nostre nottate hot.
"No, ti sbagli. Ho in mente qualcosa di diverso".
L’ascensore intanto arrivò al penultimo piano, quello dedicato all’abbigliamento per bambini. Afferrai Adriana sottobraccio e ci incamminammo per il reparto.
“Perché qui?” chiese lei sorpresa.
“Perché è quì che credo di trovare qualcosa per te".
“Ma è un reparto per bambini?!”
“Tranquilla … vedrai che qualcosa troverò”.
Sempre tenedola sottobraccio, iniziai a gironzolare per il piano in cerca di quello che avevo in mente. In uno scaffale trovai delle gonnelline in jeans molto corte. Perfetto - pensai - una cosetta del genere addosso ad una donna adulta e bene in carne come mia moglie, avrebbe coperto ben poco. Ne presi una e la mostrai ad Adriana: “Carina, non trovi?”.
Lei era completamente sbigottita. Era il momento di svelarle le mie perfide intenzioni: "Siccome più tardi, a casa, ho intenzione di sculacciarti per benino, sto cercando di vestirti in maniera adatta”.
Adriana, nel sentire queste parole, divenne tutta rossa ma non riuscì ad aprir bocca.
Continuai la mia spesa. Dopo la gonnellina avevo bisogno di qualcos’altro per completare il quadretto che avevo in mente. In un angolo del reparto trovai un cesto pieno di mutandine in offrta. Erano tutte colorate con immagini di orsetti, cuoricini, paperelle, stelline. Era proprio quel genere di mutandine che le ragazzine portano fino a dieci/dodici anni e che poi odiano a morte. Tra tutte scelsi un paio bianche con stampati dei buffi gattini rosa.
“Non vorrai che mi metta queste?” disse Adriana sgomenta.
“Certo, anzi, sai che ti dico: adesso vai nello spogliatoio e te le metti subito. Con la gonnellina, ovviamente!”
“Tu sei pazzo! Io in quella gonna non ci entro; è cortissima, non potrebbe nemmeno coprirmi le mutandine".
“Tesoro, è proprio quello che voglio. Ti devi vestire come una mocciosetta e lo devi fare qui, in modo che ti vedano tutti”.
Adriana, sconvolta, capii che ero determinato e cercò un modo per uscirne senza troppi danni: “Va bene, ho capito: hai ragione ad essere arrabbiato, sono stata stronza, però adesso non puoi farmi una cosa del genere! Se vuoi punirmi fallo a casa … ma non qui … sarebbe troppo umiliante”.
Le sue suppliche non m'intenerirono. Dopo aver pagato alla cassa le misi il sacchetto con la gonna e le mutandine e le indicai uno spogliatoio vicino: “Cambiati, e cerca di non farmi aspettare troppo ”.
“No, no, no … aspetta... ” mi supplicò ancora “ va bene, accetto tutto, anche le sculacciate che mi hai promesso, però a casa. Non puoi farmi mettere questa roba, non posso accettarlo” .
“Non puoi accettarlo?! Senti, se non fili di corsa a cambiarti non ci metto un secondo a scoprirti il sedere e a sculacciarti qui, di fronte a tutti!”.
E con un perentorio “Fila!” le feci capire che non scherzavo affatto.
Mentre Adriana si cambiava cercai l'ultima cosa che mancava. La classica ciliegina sulla torta: un succhiotto per bebè. Nel reparto neonati ce n'erano molti; io ne scelsi uno rosa con l’impugnatura a forma di farfallina. Dopo averlo pagato lo nascosi in tasca. Per Adriana sarebbe stata l’ultima umiliante sorpresa.
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Passò un sacco di tempo prima che Adriana si decidesse ad uscire dallo spogliatoio. Quando finalmente la vidi capì il perché ci avesse messo tanto. La gonnellina in jeans le stava cortissima, tanto che, le natiche tonde di Adriana, ricoperte dalle mutandine a fantasia, occhieggiavano vergognosamente.
“Andiamo a casa, ti prego” sussurrò Adriana, imbarazzatissima.
“Non ci vedo poi tutto questo scandalo. In giro si vedono minigonne ben più audaci” dissi, mentendo spudoratamente.
“Ma mi hai visto dietro?! Ho il culo in vista! Quasi non uscivo dalla vergogna. Qui se non andiamo in fretta a casa, ci arrestano per oscenità. Dai, andiamo via, ti prego.” Disse tirandomi la manica della giacca.
“Ehi, ehi , calma. Ok, ce ne andiamo, però prima prendiamo un caffè”.
“Un caffè?! Ma non posso andare al bar conciata così. E’ già tanto che sono arrivata qui; dai dammi le chiavi che ti aspetto in macchina”.
“Finiscila, o devo sculacciarti adesso? Sai, con quel sederino che spunta provocante che spunta dalla gonna mi sta venendo il formicolio alle mani!”.
Non c'era nulla da fare e la povera Adriana, rassegnata con gli occhi bassi e le mani dietro per proteggersi, mi accompagnò all'all’ultimo piano, dov'era situato il bar-ristorante. Appena arrivammo, Adriana cercò disperatamente una sedia libera per potersi sedere, e nascondere le sue "vergogne". Per sua sfortuna, il bar era affollatissimo e non c'erano sedie libere.
“Che sfortuna - dissi io sarcastico - dovrai consumare il caffè in piedi al bancone” .
Ci mettemmo in fila per lo scontrino. Adriana era appena dietro a me. Mentre aspettavamo il turno, notai che molti uomini la guardavano, alcuni dandosi di gomito. Chissà... forse pensavano fosse una puttana, oppure… Bevetti il caffè e tornammo alla macchina. Guardare Adriana in quella situazione di sconvolgente imbarazzo mi aveva eccitato tantissimo.
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Uscimmo dal parcheggio sgommando e in pochi minuti arrivammo a casa. Durante il breve tragitto, tra noi due, non ci fu una sola parola. Parcheggiai sotto casa. Per fortuna (o no?) il portiere di domenica non lavorava e così non incontrammo nessuno.
Appena chiusi la porta spedii Adriana all’angolo, faccia al muro con le mani incrociate sulla testa. Poi accesi lo stereo. Scelsi il “Bolero” di Ravel, perfetto per il crescendo di emozioni che si sarebbero sviluppate. Poi mi versai del whisky e mi sedetti sul divano ad assaporarlo con calma.
Adriana era sempre all’angolo, in silenzio, ma con mille pensieri che le affollavano in testa.
La lasciai lì per altri 15 minuti. Poi le diedi altre istruzioni: “Adesso vai in bagno, ti levi tutto il trucco e poi torni qui” .
Lei balbettò qualcosa, fece per resistere ma io l’afferrai per un orecchio, e l’accompagnai al bagno dandole qualche sonoro sculaccione sulla gonnellina corta: "Ci siamo capiti, eh... via tutto il trucco.. SMACCK….e non farmi aspettare troppo….SMACCK…altrimenti raddoppio la dose… SMACCK…”
Appena si chiuse nel bagno mi versai un altro whisky. Cominciavo ad aver fame, ma prima di mangiare avevo da soddisfare qualcosa d'altro.
Quando finalmente uscii dal bagno, mi accorsi che era proprio come la volevo. Il faccino senza trucco, gli occhi bassi, mortificati. In più la gonnellina con le mutandine che occhieggiavano maliziose. Era deliziosa!
“Vieni qua, sciocchina - le dissi - e adesso cosa pensi di meritare?”
Adriana si avvicinò a piccoli passi con la testa bassa. “E allora? Ti ho fatto una domanda. Cosa si merita questa mocciosa indolente e villana? Rispondi!”
“Credo…cre..do… una sculacciata.” balbettò.
“Già, proprio così. Adesso ti abbasserò queste buffe mutandine e te le suonerò così tanto da farti il culetto rosso!”
“Noo…ti prego… noo...” disse. Dall'emozione della voce capì che anche lei cominciava ad eccitarsi.
L'afferrai per un braccio e me la tirai di traverso sulle ginocchia. La gonna cortissima di colpo si sollevò scoprendo il suo rotondo sedere pronto per essere maltrattato.
“ E così la signorina…SMACCK….SMACCK… oggi avevi la luna storta…SMACCK…SMACCK… vero?”
“Owww…..owww…..ti pre..go…owww…oww….nooo bastaaa…”
Continuai a sculacciarla sul fondo delle mutandine. Volevo scaldarglielo per davvero, quel sederino impertinente, e non risparmiai né la forza dei colpi né i commenti salaci.
“Viziata…SMACCK…SMACCK…testona…SMACCK SMACCK…lunatica…SMACCK…SMACCK…SMACCK…SMACCK…viola te lo faccio…SMACCK…SMACCK.”
Decine di sculaccioni tempestarono quel bersaglio invitante e ad ogni colpo, partiva ogni sorta di supplica: “ Owww…che malee…owww….fermati…owww…scusamiii….owww…bastaaa….mi bruciaaa”.
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Ad un certo punto le abbassai le mutandine e ricominciai a sculacciarla sul sedere nudo. Adesso doveva sentirli proprio bene perché si dimenava come un’anguilla.
“Oooowww….noooo…. SMACCK SMACCK…fermatiii….ooowww… SMACCK SMACCK…diooo mioo noooo… wwww…fermatiiii…bruciaaaa”.
Continuai così per dieci minuti buoni, poi mi farmai per far riposare la mano che mi bruciava. Certo avevo fatto un bel lavoro. Contemplai compiaciuto l’opera e non so se per il colore o perché era effettivamente gonfio, ma il sedere di Adriana mi sembrava raddoppiato di volume! Era abbastanza. L'aiutai a sollevarsi e lei cercò subito di darsi sollievo saltellando e facendosi aria con le mani. Era un'immagine buffissima, mancava solo una cosa, la famosa ciliegina sulla torta: il ciucio che avevo in tasca! L’afferrai di nuovo Adriana per un orecchio, e la riportai all’angolo della stanza.
“Metti il tuo bel nasino di nuovo contro il muro, e incrocia le mani sulla testa…SMACCK…così, perfetto” Le rimboccai la gonnellina perché il sederino rosso rimanesse bene in vista. Allora presi dalla tasca il succhiotto rosa e glielo misi in bocca. “Adesso te ne stai altri 15 minuti qui all’angolo. Senza muoverti e senza sfregamenti. Per consolarti ti concedo solo di succhiare il ciucio. Capito?” Fece di sì con la testa.
La lasciai così, e andai in cucina. Ero eccitatissimo ma volevo ancora aspettare. L'attesa avrebbe fatto crescere il desiderio di entrambi. Poi avremmo fatto l’amore e sarebbe stato bellissimo. La guardai dalla cucina, mentre succhiava il ciucio. Era stupenda, con quel culetto rosso con le fossette ai lati. L’amavo e la desideravo da impazzire. Era lei, il mio amore unico che non sarebbe finito mai.







