
Da repubblica: l’esperienza di una notte romana di una giornalista ecuadoriana.
"Era stata una bellissima serata romana. Una festa a due passi da Piazza Navona. Ma
chissà cosa avevo mangiato, o forse è stato il freddo. Insomma, verso mezzanotte m'è
venuta un po' di nausea e ho deciso di tornare a casa. Ero stanca e questo ha causato la distrazione che mi è costata tanto cara. Ma quella festa si svolgeva nel luogo dove lavoro
e mi era sembrato saggio lasciare là sia la borsa, sia il computer. Non mi andava di girare
di notte con oggetti di valore.
Ho raggiunto a piedi Piazza della Chiesa Nuova e là finalmente ho trovato un taxi. Dopo qualche centinaio di metri la nausea mi ha sopraffatto. Ho chiesto che si fermasse. L'aria
fresca mi ha fatto bene in pochi minuti. Stavo risalendo sulla macchina quando l'autista, bruscamente, ha detto: "La corsa finisce qua. Venti euro". Chissà cosa gli è passato per la mente. Non credo di avere l'aspetto di un criminale. Gli ho fatto notare che era una cifra esagerata e che stavo male. Niente da fare. Ho chiamato la polizia. Sono arrivati poco dopo. Senza sentire le mie ragioni, dopo aver parlato col tassista mi hanno ordinato di dargli,
chissà perché, 17 euro e l'hanno congedato. Quindi, sentendo il mio accento, mi hanno
chiesto il permesso di soggiorno.
L'incubo è cominciato così. Ho spiegato perché non l'avevo con me. Ma bastava che facessi una telefonata e me l'avrebbero portato subito. Per tutta risposta mi hanno sequestrato il cellulare e mi hanno ordinato di entrare nella loro macchina. Così mi sono ritrovata nel commissariato di via Farini, chiusa in una stanza. Ero sbalordita. Ho chiesto di parlare
con un superiore. Mi hanno detto di stare zitta. Ero una straniera senza permesso di soggiorno, e basta. Non so quanto tempo sia passato, forse un'ora. Fatto sta che uno dei due agenti mi ha detto che dovevo tornare in macchina: mi accompagnavano a casa. Non era
vero. Stavamo andando esattamente dall'altra parte di Roma. Ho implorato una spiegazione. Risposta: "Non hai i documenti, stai zitta".
La vera destinazione era la questura centrale. Non mi hanno risparmiato nulla: impronte digitali, foto-segnaletica. Stavo sempre peggio. Solo dopo averli pregati tre volte mi hanno concesso di andare in bagno. Quando sono uscita dalla toilette, alcuni poliziotti hanno cominciato a dire battute al loro collega che mi aveva accompagnato. Naturalmente era rimasto fuori della porta, ma facevano commenti volgari.
Credo che siano passate altre due ore. Poi i due poliziotti mi hanno riportata al commissariato di via Farini dove, finalmente, ho potuto vedere il loro superiore. Come parlare ad un muro. Mi ha mostrato alcuni fogli da firmare. Li ho letti velocemente: mi dichiaravo responsabile di qualcosa. Ho rifiutato. A questo punto, senza alcuna spiegazione, mi hanno detto che potevo andarmene. Un poliziotto mi ha restituito il telefonino e indicato l'uscita. Erano le 5,30 del mattino.
Vivo in Italia da cinque anni. In questo paese sono rinata, ho studiato, ho trovato tanti
amici. Da quattro mi occupo dei problemi dell'immigrazione. Fino a quella notte del
13 marzo non mi ero mai sentita esclusa. No, non farò più quell'errore: incollerò sulla
mia pelle il permesso di soggiorno. "Regolare" sì, ma sempre "extracomunitaria".