
Esilarante questo scambio di mazzate tra Michele Serra e la scrittrice Isabella Santacroce.
Tutto è cominciato con un articolo di Michele Serra sulla rubrica “l’amaca” (La Repubblica) di martedì 6 febbraio.
Scrive Michele Serra:
In una discoteca bolognese la scrittrice dark Isabella Santacroce, con una svastica al braccio, ha introdotto una performance musicale con un discorso di Mussolini. Accolta da muggiti e urla di protesta, ha spiegato che la svastica è solamente un fatto estetico e che porta spesso anche la stella di David perché si sente ebrea.
Mi aggrappo, in questi casi, alla mia sana stupidità, per difendermi dall’eccesso di intelligenza di una signorina che cambia svastica e stella di David come si cambia modello di giarrettiere. Se tutto, qui da noi, diventa "estetica", gioco intellettuale, chincaglieria notturna per fare l’alba in tiro, allora tanto vale, signorina Santacroce, che arrivino in fretta i barbari (le armate cinesi? la cavalleria araba? I sanfedisti riorganizzati da Ratzinger?) a farci chiudere i battenti. Sa come accade, in questi casi: i sopravvissuti vengono adibiti a mansioni servili, i più fortunati possono insegnare la filosofia e l’algebra ai figli dei capi invasori, i meno devono pulire i cessi. Per l’occasione, quando saremo entrambi trascinati in ceppi alla corte del Gran Mogol, le raccomando, signorina, di vestire molto sobriamente. Nel caso fossi al suo fianco, le presterò volentieri un paio di jeans e una maglietta: senza scritte.
Oggi sempre su Repubblica, c’è la risposta piccata della scrittrice Santacroce con la replica - a mio parere fantastica - di M.Serra
Lettera di Isabella Santacroce:
Caro signor Serra, non ho indossato una svastica per adornare frivolamente le mie vesti: possiedo una mente complessa, esigente, bisognosa di rivendicare la sua presenza.
Come performer, ho creato un dj set, raccontante la violenza subita incessantemente dagli esistenti, io stessa, abbigliata in quel modo, divenivo parola, grido muto.
Bisognerebbe allora punire, oppure deridere, il dipinto “Little boy blue” di Mark Ryden, rappresentante “il fascino del contrasto fra l’innocenza e il male”, secondo le parole del suo autore, dove un bellissimo bimbo ariano, dallo sguardo freddo e penetrante, siede sul suo triciclo, con indosso un completino rosa e azzurro, provvisto di svastiche.
Bisognerebbe allora biasimare, oppure schernire, l’artista tedesca Katharina Fritsch, la quale, con il simulacro di una svastica, che è al tempo stesso un composito candelabro funebre, ha voluto rappresentare il potenziale di morte a cui può condurre l’egocentrismo, usando il suddetto riferimento al nazismo, collegandolo alla perversione morale dei dittatori, incapaci di vedere la realtà se non come una propria emanazione.
Bisognerebbe allora condannare, oppure irridere, il film “Amen” di Costa-Gravas, in quanto, il suo manifesto, ideato da Oliviero Toscani, è un incrocio tra una croce e una svastica. Costa-Gravas ha spiegato:”I dieci anni di connivenza tra i portatori della Croce e quelli della svastica non sono un’invenzione grafica: quella locandina non fa altro che riassumerli”.
Bisognerebbe allora uccidere l’arte, zittirla.
Risposta di Michele Serra:
Gentile signorina Santacroce, l’arte ha il diritto e addirittura il dovere di dare scandalo. Ma ha il dovere – se è arte – di essere all’altezza dello scandalo. Portare una svastica è come portare una croce: bisogna avere spalle larghe. Abbia pazienza: preferisco Primo Levi.